APATHANATISMOS
Modern reconstruction based on the original illustration accompanying the article.
F. Voss
INTRODUZIONE
Il testo, di cui diamo la prima traduzione italiana dall’originale greco, confrontata con la versione tedesca di A. DIETERICH (Eine Mithrasliturgie, Leipzig, 1903) e con la inglese di G. R. S. MEAD (A Mithriac Ritual, London a. Benares, 1907), si trova nel Gran Papiro Magico di Parigi (n.° 574 del Supplément grec de la Bibliothèque Nationale. — Cfr. per le varianti alla lezione WESSELY a pp. 12 e segg. del Jahresbericht des kk. Staatsgymnasium Hernals 1899 e N. NOVOSSADSKY Ad papyrum magicum bibl. Parisinae not. additivæ palaeographicæ, Petropoli, 1895).
In esso abbiamo l’unico rituale dei Misteri pagani che sia pervenuto completo fino a noi, in una redazione che data, con ogni probabilità, al principio del quarto secolo d. C.. La tradizione cui si connette è quella di Mithra — la tradizione regale degli «Uccisori del Toro», dei «Dominatori del Sole», dei Rigenerati nella «Forza forte delle Forze» — quella stessa che si disputò contro il Cristianesimo il retaggio dello splendore Romano e le sorti dell’Occidente, in una lotta che non è finita, ma forse non comincia veramente che adesso.
Nel testo, agli elementi di teurgia mithriaca sono frammisti elementi propri a tradizioni magiche egizio-gnostiche, particolarmente nei molti «nomi di potenza» — nomina arcana, voces mysticæ, mantra — di cui è ricco. Ciò non impedisce che, oltre ogni preoccupazione strettamente filologica o storica, il tutto rappresenti una unità, ove questi vari elementi non si contradicono, ma si completano, per la realizzazione pratica del rituale stesso.
A tale proposito diciamo che questo «rito mithriaco» ha un significato tutto speciale. Non si tratterebbe di una cerimonia cui prendano parte più persone (donde l’inesattezza del termine «liturgia» usato da Dieterich), ma di una operazione puramente individuale, diretta al risveglio ed alla trasformazione della natura umana più profonda; di una autoiniziazione propria ai Misteri Maggiori, cioè riservata ad un piccolo gruppo di eletti già passati attraverso i gradi inferiori dell’iniziazione. Il carattere del «rito» non è puramente interiore, nè magico nel senso della comune magia cerimoniale. Non è puramente interiore, perchè a differenza della via dello yoga indiano, e anche di quella che traspare p. e. dalla simbologia ermetico-alchemica, non si tratta di una gerarchia di stati di coscienza e di significati metafisici da cogliersi direttamente, nella loro impronunciabile essenza senza forma, ma, invece, questi significati sono dati da atti invocatori e rituali, e proiettati in imagini e visualizzazioni magiche. Tuttavia l’ambito della magia cerimoniale in senso stretto è trasceso, giacché l’azione rituale non si ferma ad un rapporto di esteriorità con le apparizioni astrali e non ne usa per un qualunque scopo particolare, ma volge l’esperienza così che tutto converga nello scopo di una trascendente realizzazione di sè. Qualcosa di intermedio e di misto, dunque, comune, d’altronde, a tutto ciò che è teurgia.
Rileviamo anche che le esperienze descritte od indicate nel rituale, a nostro avviso, non avvengono fuori dal corpo, nè nel normale soggiacimento alle condizioni corporee: ma in uno stato speciale di ebbrezza fluidica — ben noto a chi abbia operato in magia — in cui la presa di rapporto con la «Luce Astrale» e il conseguente isolamento da tutto ciò che viene dai sensi animali, non impedisce di mantenere il contatto col corpo fisico ed anche di guidarlo in particolari atti rituali. Per questo nel testo i riferimenti alle varie apparizioni sono dati insieme a logoi, che non è detto debbano pronunciarsi soltanto mentalmente, e ad atti fisici veri e propri, come il chiuder gli occhi, il respirare, il premersi il ventre, ecc.. In proposito non è senza interesse il rilevare che il rituale mithriaco ci conferma che la scienza del respiro e quella di particolari situazioni organo-fisio-psichiche (asana), non è esclusività dello yoga indiano, ma erano conosciute anche negli antichi Misteri di Occidente, specie in Egitto — donde ci è pervenuto in geroglifici un «Libro delle Respirazioni» — e lo stesso sia detto per ciò che concerne la scienza e l’uso dei «nomi di potenza» o di «salvazione» (mantra) che dir si voglia.
Possiamo ricostruire come segue la via che l’iniziato mithriaco percorre, sulla scorta del Rituale.
Anzitutto è necessario di strapparsi dalla «legge delle acque», dal bisogno, dall’acre, incessante necessità che grava sull’uomo e lo vincola alla natura inferiore e mortale. Nel primo logos l’iniziato mithriaco, al pari di quello orfico, dichiara il proprio titolo di nobiltà — l’essere Suo figlio, ancor mortale, ma già reso migliore dalla «Forza forte delle Forze» e dall’«incorruttibile Destra». Egli invoca la propria realtà trascendente — il proprio «Corpo Perfetto» — dagli elementi corruttibili di cui è composta la natura animale l’invocazione risale all’essenza loro, agli elementi primordiali, celesti, incorruttibili. Egli resiste e sussiste: tiene ferma, fissa sotto di sè, in «purità», la potenza della propria anima: e impone di lasciargli libero il passo, sì che la forza si svincoli e l’occhio si schiuda alla visione trascendente.
E dopo, realizzato il momento di «purità», prende contatto, attraverso il respiro, con l’elemento aria e determina la prima «trasformazione»: l’esperienza dell’Aria — uno stato di lievità disincarnata, di sensibilità spirituale diffusa, libera dai ceppi dei sensi fisici.
All’esperienza dell’Aria segue l’esperienza del Vento, principio da cui l’etere sovrasensibile è mosso e modulato e che dà modo di risalire alle cause, agli «enti», ad una prima gerarchia (o ad un primo modo di essere) di «Dei». Qui l’iniziato si sottrae al loro influsso, che tenderebbe a travolgerlo, solve la tensione, determinata dal suo apparire, mediante l’invocazione al Silenzio, cioè ponendosi in uno stato di immutabilità, di calma abissale, dell’essere-in-sè più profondo. E quando la visione si rischiara di nuovo, procede.
Il «tuono», di cui alla seconda istruzione, si può ritenere un indicazione del passaggio attraverso uno dei cosidetti «punti di indifferenza» (layabindu — secondo la corrispondente espressione sanscrita) con una conseguente, fulminea trasformazione di «modo» o di «sostanza». Infatti dal secondo logos risulta che l’iniziato assume il modo di essere proprio agli stessi Dei di quest’ordine, ed ecco che gli si schiude, vertiginosa, la visione ciclica, solare, da cui sono colte creativamente le essenze stellari che riempiono lo spazio etereo. L’esperienza si chiude con la visione di una immensa «ruota» e di «porte di fuoco» chiuse, significanti la necessità universale, visione terribile, insostenibile alla vista, causa di uno smarrimento, che l’iniziato cerca di vincere col magnifico slancio contenuto nel terzo logos del Rituale, ove viene invocato, suscitato, mediante i suoi «Nomi» attratto e fissato, lo stato di «Signore della Necessità», di «Principe del Fuoco», di «Dominatore della Ruota» (il cakravarti degli Indiani).
Allora il cerchio si schiude. In un nuovo salto o trasformazione, nella quale il «Silenzio» dà nuova forza all’anima, il mondo celeste appare liberato, chiarificato, non più stretto dal fato, ma, nell’adombramento del superiore principio, trasparente come un mondo di Dei, che produce nella coscienza esaltazione e rapimento.
L’invocazione prosegue: in un primo tempo si determina l’esperienza di un nuovo, «centrale» modo di essere, che è proprio a questo mondo; quindi segue l’apparizione o proiezione del Dio Solare. Il rito ulteriore pone a contatto con la potenza cosmica elementare, con la natura primordiale dello stesso κόσμος τῶν θεῶν. Il Dio Solare si conduce al «Polo», cioè al «punto-centro» o «punto-base». Nell’atto dell’ulteriore suo procedere, esso va «fissato» mentre, simultaneamente, col «muggire» viene destata la forza primordiale animònica e taurina, la «potenza delle potenze» nota ai Tantra come «kundalinì» e come UR alle iniziazioni magiche. Questo determina un secondo schiudersi di «porte» e un conseguente sorgere, dalle profondità, della gerarchia settenaria, sperimentata dapprima nel suo aspetto «feminile», manifesto e dinamico, poi nell’ulteriore aspetto maschile, immanifesto, regale, dei «Signori del Polo Celeste».
Nè qui si arresta l’operazione rituale. Questa stessa gerarchia è trascesa e per un altro approfondimento e fissamento (che corrisponde al passaggio nell’ogdoade, di cui parlano gli gnostici), viene attuato lo stesso Gran Dio, la natura di Mithra — di colui che ha soggiogato il Sole ed ucciso il Toro, di colui, cioè, dal quale la forza taurina, cosmica, portatrice e motrice di tutte le cose, è stata assunta e dominata. Sperimentato dapprima come una proiezione od imagine, questo supremo principio, in un secondo tempo, viene attirato e realizzato immanentemente. Sulla natura mithriaca destata, ricreata in sè, padroneggiata con un nuovo «muggire», l’iniziato si riafferma: la fissa, le comanda di permanere, perchè con essa permanga il supremo compimento, lo stato di chi è libero dalla necessità, da nascita e morte.
Circa la traduzione, ci siamo tenuti, in massima, alla lezione del Dieterich. In molti punti del testo incerti o suscettibili di interpretazioni diverse, noi, nei limiti della correttezza filologica, ci siamo preoccupati di dare qualcosa di comprensibile e di coerente — inquantochè lo scopo di questa pubblicazione non è affatto il portare un contributo alle scienze filologiche profane, ma di indicare agli uomini di buona volontà il senso di ciò a cui tendevano i Misteri Pagani. A questo proposito aggiungiamo che nello sviluppo della materia di Ur non intendiamo dare questo rituale per un uso effettivo e pratico (il quale presupporrebbe molte cose ed esperienze non ancora dette), ma appunto per un primo colpo d’occhio sugli orizzonti propri all’iniziazione classica.
TESTO
χρὴ οὖν σε, ὦ θύγατερ, λαμβάνειν χυλοὺς βοτανῶν μὴ ἐξαλλόντων σοι ἐν τῷ τέλει τοῦ ἱεροῦ μου συντάγματος. [Bisogna dunque che tu, o figlia, prenda succhi di erbe che non ti rechino danno al compimento del mio sacro trattato.]
I. FORMULA DI PROPIZIAZIONE
Provvidenza e Fortuna, sii propizia a me che scrivo questi primi Misteri da trasmettere al solo Figlio, (cui sarà data) l’Immortalità, all’Iniziato degno di questa nostra Potenza — (Misteri) che il gran Dio Sole-Mithra mi comandò, a mezzo del (suo) stesso Arcangelo, di trasmettere; (siimi) propizia affinchè io solo, Aquila, raggiunga il Cielo e contempli tutte le cose.
II. LOGOS INVOCATORIO
Origine prima di mia origine AEEIOYÒ; Principio del mio primo principio PPP OOOPHR; Spirito dello spirito, del soffio primo in me MMM; Fuoco, quello che Dio ha dato nella mescolanza delle mescolanze in me, (Fuoco) primo del fuoco in me EYEIAEE; Acqua dell’acqua in me, (Acqua) prima dell’acqua in me OOOAAAEEE; Essenza terrestre prima dell’essenza terrestre in me YEYÒE; Corpo Perfetto di me — di N. (nome) della N. (madre) — che Braccio onorato e Destra mano incorruttibile hanno formato nel mondo oscuro e trasparente, inanimato e che venne animato YEIA YI EYÒIE!
Se a Voi sembra bene, (fate) che io, dalla mia più inferiore natura (ancora) trattenuto, sia elevato alla Nascita Immortale, affinchè io, di là dall’insistente bisogno che terribilmente mi piega, possa contemplare l’immortale Principio per (virtù del) Respiro immortale ANCHRE PHRENESUPHIRINCH, per (virtù del) l’Acqua immortale ERONOYIPARAKOYNETH, per la Terra e per l’Aria EIOAÈPSENABÒTH; affinchè io possa rinascere all’intelligenza KRAOCHAXRO, affinchè io mi dia principio (lett.: cominci) e respiri in me il Santo Respiro NECHTHEN APO TOY NECHTHINARPIÈTH, affinchè io miri il Fuoco Sacro KYPHE, affinchè io contempli l’abisso dell’Oriente Acqua orrenda NYÒTHEGÒ ECHÒ OYOCHIECHÒA, e mi ascolti l’Etere che dà vita diffuso d’intorno ARNOMETHPH; poiché io — mortale nato da mortale utero (ma ora) fatto migliore dalla forza della Forza somma e dalla Destra mano incorruttibile — (io) voglio oggi guardare con occhio immortale, con imperituro Respiro l’immortale Eone e Signore delle Corone di Fuoco.
Essendo stato purificato da sacre cerimonie, pura in me sussistendo per breve tratto l’umana forza d’animo mia, io di nuovo la riceverò di là dalla insistente e pungente necessità che mi piega, (per la quale è) vano (ogni) lamento: io, il N. (nome) della N. (madre) (questo voglio) secondo l’inflessibile ordine di Dio EYEYIAEEIAÒEIANIYAIIEÒ.
(Ma) poiché a me, nato mortale, non sarebbe (lett.: è) possibile innalzarmi insieme all’aureo folgorìo dello splendore immortale, (a te comando) ÒÈY AEÒ ÈYA EÒÈ YAE ÒIAE: Sii ferma, o natura dei mortali destinata a perire, e lasciami subito (il passo) di là dall’inesorabile e premente bisogno. Poiché io sono il Figlio, io respiro MOYOPROCHÒ PRÒ A, io sono MOY PRÒ — respirando PRÒ E (sono)!
III. PRIMA ISTRUZIONE
Prendi respiro dai raggi (solari) inalando tre volte quanto (più profondamente) puoi, ed (ecco) che ti vedrai sollevato in alto e che passi oltre ogni altezza onde ti sembrerà di essere in mezzo all’aria.
Non udrai (più) nessuno, nè uomo, nè (altro) essere vivente, (come) pure (non) vedrai più nulla, in questo tempo istesso, delle cose mortali della terra, ma tutto ciò (che) vedrai (sarà) immortale.
Vedrai anche l’ordinamento divino (proprio al) giorno e all’ora (presente), (vedrai) gli Dei che volgono ascendendo verso il cielo, gli altri discendendo, e (ti) sarà palese l’andamento degli Dei visibili attraverso il Disco (del) Padre mio — Dio.
(Vedrai) anche il cosidetto Flauto, in modo analogo, il principio del Vento al servizio dell’Opera. Infatti vedrai come (un) flauto pendente dal Disco, verso le parti dove (hanno) scaturigine (le correnti celesti e soffia da) sè, (come un) infinito vento di levante; (ma) se poi venisse a mostrarsi l’altro (vento, quello volto) verso le parti di levante, similmente verso queste parti (lo) vedrai (però come) il reciproco della cosa vista.
E tu vedrai anche gli Dei che ti guardano fisso e in atto di scagliarsi su di te. Posa allora il dito destro sulla bocca e dì:
IV. PRIMO LOGOS
Silenzio Silenzio Silenzio
Simbolo dell’incorruttibile Dio vivente, proteggimi, o Silenzio NEKTHEIRTHANMELY!
Quindi sibila a lungo: S! S! e poi soffia dicendo:
PROPROPHENGÈ MORIOS PROPHYR PROPHENGE NEMETHIRE ARPSENTEN TITETMIMEÒYENARTHPHYRKEKÒPSYRIDARIÒTYREPHILBA!
E allora vedrai gli Dei guardarti benevolmente e non più in atto di scagliarsi contro di te, ma procedenti invece secondo l’ordine proprio delle (loro) azioni.
V. SECONDA ISTRUZIONE
Quando dunque vedrai il cosmo superiore libero e ben chiaro e nessuno degli Dei ed Angeli in atto di scagliarsi, aspèttati di udire un grande fragore (come) di tuono, cosicché tu rimarrai stordito. (Ma) tu dì di nuovo:
VI. SECONDO LOGOS
Silenzio! Silenzio!
Sono un astro che procede con voi e che splende dall’abisso
OXYOXERTHUTH!
Appena che avrai detto questo, subitamente il Disco (solare) comincerà ad espandersi.
E dopo che tu avrai pronunciato questo secondo logos — cioè due volte «Silenzio» e il resto — sibila due volte e soffia due volte, ed immediatamente dal Disco vedrai proiettarsi numerose stelle pentagrammate (che in breve) riempono tutto lo spazio.
(Allora) dì di nuovo:
Silenzio! Silenzio!
e (poiché) il Disco (si) sarà dischiuso, vedrai una immensa ruota e delle porte di fuoco ben chiuse.
Chiudendo gli occhi, pronuncia (allora) rapidamente il logos che segue:
VII. TERZO LOGOS
Odimi, ascolta me — N. (nome) figlio di N. (madre) — o Signore che hai chiuso allo spirito gli ignei serrami del Cielo! (Tu) dal duplice corpo, (tu) che dimori nel Fuoco PENPTERUNI, Creatore della Luce, possessore delle Chiavi SEMESILAM, respiro ardente PSYRINEY, anima di Fuoco IAÒ, soffio di Luce AOI, gioia del Fuoco AILURE, bello di Luce AZAIAIÒNACHBA; (tu) Signore della Luce PEPPERPREPEMPIPI il cui corpo è Fuoco PHMUÈNIOK, datore di Luce, propagatore del Fuoco AREIEICHITA, sprigionatore di Fuoco GALLABALBA; (tu) che nella Luce hai la vita AIAIÒ (e) del Fuoco sei la potenza PYRIKIBOOSÈIA; (tu) che muovi la Luce SANKERÒB e la Folgore scateni IEÒÈIÒÈIÒ, gloria di Luce BAIEGENNETE, accrescitore di Luce SUSINEPHI, (tu) che dòmini la Luce empirea SUSINEPHI ARENBARAZEI MARMARENTEY, (tu) condottiero di astri!
Aprimi PROPROPHENGE EMETHEIRE MORIOMOTYREPHILBA! Poiché a causa dell’amaro, pungente bisogno che mi spinge io invoco gli immortali venerati tuoi Nomi viventi, quelli che ancor mai scesero in natura mortale, che ancor mai si articolarono in lingua d’uomo, in voce o lingua mortale!
ÈEÒ . OÈEÒ . IÒÒ . OÈ . ÈEÒ . ÈEÒ . OÈEÒ . IÒÒ . OÈEE . ÒÈE . ÒOÈ . IÈ . ÈO . OÒ . OÈ . IEÒ . OÈ . ÒOÈ . IEÒOÈ . IEEÒ . EÈ . IÒ . OÈ . IOÈ . ÒÈÒ . EOÈ . OEÒ . ÒIE . ÒIÈEÒ . OI . III . ÈOÈ . ÒEÙ . ÈÒ . OÈE . EÒÈIA . AÈAÈEÈA . ÈEEE . EEÈ . EEÈ . IEÒ . ÈEÒ . OÈEEOÈ . ÈEÒ . EYÒ . OÈ . EIÒ . ÈÒ . ÒÈ . ÒÈ . ÒÈ . EE . OOOYIÒÈ
Dì tutto ciò con fuoco e spirito dal principio alla fine, poi di nuovo una seconda volta (e così via) finché (tu) abbia compiuto i sette immortali Dei del cosmo.
Dopo aver detto questo, udrai tuoni e uno sconvolgersi di tutto ciò che (ti) circonda (e) ti sentirai, allora, intimamente scosso. Ancora una volta dì: «Silenzio» (con l’) invocazione (che segue).
Dopo di che apri gli occhi, e vedrai le porte schiuse e il mondo degli Dei che è all’interno di esse; e per la gioia e il diletto della visione, il tuo spirito accorre e si innalza.
Allora, fermo, aspira dal divino, guardando fissamente nel tuo spirito.
E quando la tua anima sia ristorata, dì:
VIII. QUARTO LOGOS
Vieni, Signore.
ARKANDARA PHÒTAZA PYRIPHÒTAZA BYTHIX
ETIMENNERO PHORATHENERIE
PROTHRIPHORATHI
Detto che avrai questo, i raggi solari faranno convergenza in te. Tu sarai il centro di essi.
Quando ciò sarà compiuto in te, vedrai un giovane Iddio, bello, dalla capigliatura di fiamma, in tunica bianca e mantello scarlatto, con una corona di fuoco.
Immediatamente salutalo col saluto del Fuoco:
IX. QUINTO LOGOS
Salve, Signore, (tu) dalla Potenza grande, Re di influenza grande, sommo fra gli Dei; Sole, Signore del Cielo e della Terra, Dio degli Dei, possente è il tuo alito, possente la tua forza.
Signore, se a te sembra bene, annunciami al supremo Dio che ti ha generato e prodotto, giacché un uomo — io, N. (nome) figlio di N. (madre), nato dal mortale utero di N. e da succo spermàtico, oggi questo essendo stato rigenerato da te; (io,) reso immortale fra miriadi (di esseri) in questo istante per volontà di Dio trascendente bene — (un uomo, dico) chiede di adorarti secondo l’umano potere.
Appena che tu abbi pronunciato ciò, Egli si porterà al Polo, e tu lo vedrai andare come sur una via. (Allora) guardando(lo) fisso, emetti un prolungato muggito, a mo’ di suono di corno, espelli tutto intero il respiro comprimendo (simultaneamente) le costole, bacia gli amuleti e dì dapprima verso destra:
X. SESTO LOGOS
Proteggimi, PROSYMÈRI
Detto questo, vedrai le porte aperte e sorgere dalla profondità sette Vergini in bisso, con viso serpentino. Queste sono dette le Sorti dominanti, auree arbitre del Cielo. Vedendo (tutto) ciò, rendi saluto così:
Salve a voi, o sette Dee celesti dei Destini (οὐρανοῦ Τύχαι), Vergini auguste, buone, sacre, la cui vita ha il modo stesso di MINIMIRROPHOR; voi, santissime guardiane delle quattro colonne:
Salve (a te), la prima — KREPSENTHAÈS!
Salve (a te), la seconda — MENESKEÈS!
Salve (a te), la terza — MEKRAN!
Salve (a te), la quarta — ARARMAKÈS!
Salve (a te), la quinta — EKOMMIÈ!
Salve (a te), la sesta — TIKNONDAÈS!
Salve (a te), la settima — ERUROMBRIÈS!
XI. SETTIMO LOGOS
Allora vengono innanzi ancora sette Dei, dai visi di tori neri, cinti di lino alle reni, con sette diademi d’oro. Sono i cosidetti Signori del Polo celeste, che tu (parimenti) devi accogliere (salutando) ciascuno col nome suo proprio:
Salve, Guardiani del Pernio, voi sacri e forti giovani che ad un comando volgete insieme l’Asse vorticoso della Ruota Celeste, e tuoni e fulmini, terremoti e saette scatenate contro la razza degli empii. A me però, che amo il Bene e Dio venero, (accordate) salute di corpo, perfezione di intelletto (lett.: di vista), fermezza di sguardo, e calma, nelle presenti ore buone di questo giorno, o Signori di me e grandi Dei possenti!
Salve (a te), il primo — AÌERÒNTHI!
Salve (a te), il secondo — MERKEIMEROS!
Salve (a te), il terzo — AKRIKIUR!
Salve (a te), il quarto — MESARGILTÒ!
Salve (a te), il quinto — KIRRÒALITHÒ!
Salve (a te), il sesto — ERMIKTHATHÒPS!
Salve (a te), il settimo — EORASIKÈ!
Quando essi si disporranno qua e là nel loro ordine, fissa intensamente nell’aria e vedrai cadere fulmini e luci risplendenti, e la terra (sarà) scossa e un Dio discenderà, immenso, di radiante presenza, giovane, con aurea capigliatura, in tunica bianca e corona d’oro e vesti cadenti (ἀναξυρίδες), portante nella destra la spalla d’oro del Vitello.
Questi è l’Orsa, che muove e volge il cielo, in alto e in basso secondo le stagioni.
Poi dai suoi occhi vedrai sprigionarsi dei lampeggiamenti, ed astri dal suo corpo.
Immediatamente emetti un lungo muggito premendo lo stomaco affinchè tutti insieme i cinque sensi siano eccitati; prolunga sino alla fine e, baciando di nuovo gli amuleti, dì:
XII. OTTAVO LOGOS
(Tu,) MOKRIMOPHERIMOPHERERIZÒN di me — N. (nome) di N. (madre) — resta con me nella mia anima. Non ti dipartire da me, giacché a te comando ENTHOPHENENTHROPIÒTH.
Fissa intensamente il Dio muggendo a lungo, e così salutalo:
XIII. NONO LOGOS
Salve, Signore, Dominatore dell’Acqua; salve, Origine della Terra; salve, Sovrano dello Spirito!
Signore, nella palingenesi io muoio integrato, e nell’integrazione ho raggiunto il compimento.
Nato da nascita animale, (ora) liberato, sono trasportato
di là dalla generazione (mortale)
come Tu hai stabilito,
come Tu hai decretato,
e come Tu hai compiuto (o) Mistero!
Corrispondenze:
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